1975 – Villaggio di Ombori, altopiano di Bandiagara, Mali
Un giorno, mia figlia Simona mi chiese: «Papà, perché mi chiedi di farti una decina di domande sulla tua vita?»
Le risposi: «Perché credo che un figlio abbia la curiosità di conoscere la vita dei suoi genitori, per comprendere almeno in parte il percorso, le scelte, gli eventi che hanno segnato i momenti più importanti.»
Simona non esitò: «Una domanda posso fartela subito: come hai iniziato a collezionare l’arte africana?»
Questa è la risposta, la storia del mio Cavaliere Dogon.
La spedizione
Ero in viaggio con il giornalista e etnologo Vittorio Franchini, l’amico viaggiatore Alberto Schieppati e il nostro interprete, Amadou. Stavamo portando medicinali a un piccolo dispensario nel villaggio Dogon di Ombori. Il mio camper Saviem Renault 4x4, che avevo battezzato Aquilante, ci aveva condotto fin lì, insieme a un convoglio di dieci mezzi: era la Spedizione Sirio.
Dopo aver lasciato il deserto Tademait, entrati nella savana la guida cambiava: massima attenzione ai rami nascosti nella sabbia, ai baobab che apparivano come sentinelle. Il camion Fiat Iveco P75 era la nostra officina viaggiante, il cuore del convoglio.
Una foratura ci costrinse a una lunga sosta. Un gregge di capre attraversò la pista, seguito da un gruppo di giovani curiosi. Ci avvicinammo per capire se eravamo sulla giusta direzione per Sangha: ci avrebbero impiegato tre giorni a piedi, noi saremmo arrivati il giorno dopo in auto.
L’incontro con il fabbro
Un ragazzo ci propose uno scambio: voleva in cambio un oggetto. Gli offrii alcune piccole cose, alla fine scelsi di offrirgli la mia cintura. In cambio mi diede una scultura in legno: un cavaliere su un cavallo, un oggetto sacro, inciso con segni geometrici misteriosi. Un gesto semplice, ma pieno di significato.
Più tardi ci accampammo per la notte, disponendo i mezzi in cerchio come una fortezza. La mattina seguente ripartimmo verso l’altopiano di Bandiagara. Salimmo lentamente tra le viuzze del villaggio, fino a una piazzetta centrale dove si ergeva una Toguna, la casa della parola, bassa e simbolica, luogo di consiglio e confronto.
La scoperta artistica
Mentre fotografavamo, sentimmo un suono ritmico: martello su incudine. Seguimmo il suono e trovammo il fabbro al lavoro, circondato da apprendisti e fumo. Quando seppe che ero scultore, ci consegnò la scultura in legno di suo padre: il mio Cavaliere Dogon.
Era un oggetto essenziale, profondamente evocativo, con una potenza antica. Non era solo una scultura: era un rito, un passaggio, un momento di rivelazione. Un’esperienza che ha accompagnato tutta la mia ricerca artistica.
L'eredità del Cavaliere
Quel giorno, in Africa, non acquistai semplicemente un oggetto: vissi un incontro, un legame profondo, un riconoscimento tra culture e tempi diversi. Ogni volta che osservo il mio Cavaliere Dogon, ritorno lì.
Simona, qualche tempo dopo, mi disse: «Adesso ho capito. È per questo che mi hai chiesto quelle domande. Per non far morire le cose importanti.»
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